domenica 11 settembre 2016

"Griselda" da Boccaccio, Petrarca e Perrault

“...Griselda è una guardiana di pecore che viene scelta come sposa dal signore del luogo, il marchese Gualtieri di Saluzzo. Le prove a cui l'uomo sottopone Griselda sono crudelissime e spietate: Gualtieri fa credere a Griselda di aver ucciso i loro figli e di averla effettivamente ripudiata, giungendo persino a umiliarla, cacciandola dal palazzo con la sola camicia che indossava come guardiana di pecore; richiamandola a palazzo come serva della futura seconda moglie. La finzione dura ben tredici anni: i figli in realtà sono stati allevati da una parente e la futura moglie non è che la loro prima figlia. Alla fine il marchese rivela la verità a Griselda e ai sudditi, spiegando le ragioni della sua crudeltà...”.
Questa in sintesi la storia di Griselda, personaggio della centesima e ultima novella del Decamerone di Giovanni Boccaccio che, tradotta in latino dal Petrarca, assurse a fama europea. La versione di Petrarca, De insigni obedientia et fide uxoria, si diffuse in tutta Europa anche se a volte attribuita ad altri autori come per esempio in Polonia dove una versione simile fu attribuita a Jacopo Filippo Foresti da Bergamo, contenuta nella raccolta Storia insigne, addotta a tutte le donne virtuose come esempio dell'umiltà, dell'ubbidienza e della modestia, di Grisella, principessa di Saluzzo in terra d'Italia portata in Polonia dal medico  Jan da Ludzisko. In Spagna la traduzione del Petrarca fu ripresa da Frà Antoni Canals che la trasformò in Storia di Valter e Griselda, tradotta in seguito da Bernat Metge umanista catalano dove le origini di Griselda sono ancora di Saluzzo.
Charles West Cope, 
Prima prova della pazienza di Griselda
 (Palazzo di Westminster)
Direttamente dall’Italia, e precisamente dalla città di Padova, arrivò in Ungheria attraverso gli studenti universitari; furono i monaci che la diffusero in forma prosaica e soprattutto orale, dando al personaggio differenti connotazioni in base alle diverse realtà religiose e storiche. Fu la versione francese ad opera di Charles Perrrault che ottenne successo internazionale oscurando i precedenti passaggi, tanto che “Griselda” fa immediatamente pensare a Boccaccio o Perrault.
La figura di Griselda è difficile da interpretare e a trovare una sua collocazione coerente con le altre figure femminili del Decamerone. Alcuni studiosi, e tanti sono quelli che si sono occupati di Griselda, ritengono che Boccaccio voglia esaltare la mitezza e la fedeltà della ragazza e denunciare la follia del marito Gualtieri e del suo uso spregiudicato del potere. A demolire questa teoria ci sono quelli che sottolineano il fatto che la novella è raccontata da Dioneo  il più irriverente e lascivo dei narratori della “brigata”, che sembra divertirsi molto a capovolgere il tema affidato. 
Dioneo ritiene “molto savio” il nobile Gualtieri nel suo proposito di non prendere moglie, ma poi ne stigmatizza la “matta bestialità” nel trattare Griselda, spiegando che in pochi potrebbero aspettarsi il lieto fine che a lui è toccato, una sorta, quindi, di condanna per Gualtieri, tanto che alcuni hanno pensato che la “matta bestialità” sia da attribuire a Griselda, intendendo con questa espressione la sua passività di fronte a tanta crudeltà nei suoi confronti e nei confronti dei figli.
Riguardo alla “matta bestialità” di Gualtieri, Elisabetta Menetti in Griselda, o l’enigma di Boccaccio riporta: “È un uomo (Gualtieri) di potere, che esercita in modo ingiusto e vigliacco il proprio vantaggio gerarchico. È un marchese che sceglie la plebea Griselda, convinto di poter dominare meglio gli eventuali rischi di un matrimonio. Questa inclinazione alla «matta bestialità» della personalità di Gualtieri emerge immediatamente, quando, in un primo gesto di sopraffazione feudale, il marchese fa spogliare nuda Griselda davanti a tutti. Lo stesso marchese chiarisce le ragioni di tale inaudita crudeltà, quando, nella rivelazione finale, confessa a Griselda il motivo del proprio accanimento: la paura. In particolare: la paura di sposare una donna che non gli si addicesse («quando venni a prender moglie, gran paura ebbi che non m’intervenisse»). La condizione di paura crea le condizioni per il dispiegarsi della matta bestialità, intesa come un desiderio violento, irrazionale e incontrollabile di dominio assoluto di ciò che si teme.”
La violenza e la crudeltà che sfociano dalla paura e dal sentimento di inadeguatezza di Gualtieri trovano dall’altra parte la fermezza e il coraggio di Griselda che subisce senza far trapelare il suo dolore le atrocità che le vengono inferte. Da qui la critica si è spesso chiesta se Griselda sia una vittima passiva, diversa dalle donne del Decamerone, o se Griselda sia con la sua fede e la sua sopportazione, l’esempio ultimo (e non a caso inserito nell’ultima novella dell’opera di Boccaccio), la figura femminile elevata, simile per fede e sopportazione alla Madonna. Avrebbe potuto Boccaccio chiudere un’opera monumentale con una figura femminile negativa? Sembra difficile.
La Griselda di Perrault appare in realtà figura negativa, o almeno più debole, tanto è vero che è la fiaba dove ci sono tracce più evidenti della misoginia di cui è spesso accusato Perrault. Così fa parlare Gualtieri riguardo al matrimonio:
"Osservate bene tutte le ragazze: finché stanno in famiglia, sono virtuose, docili, modeste, sincere; ma appena maritate, la maschera non serve più, ed eccole mostrarsi nel loro vero carattere. Questa diventa una bigotta brontolona; quella una fraschetta ciarliera, sempre in cerca d'amanti; una terza si atteggia a far la saputa; un'altra ancora si dà al giuoco, perde danari, gioielli, mobili, vestiti e manda la casa in rovina. In un sol punto, si somigliano tutte, nel volere a tutti i costi dettar la legge. Ora io son convinto che nel matrimonio non si può esser felici, quando si comanda in due. Se dunque voi bramate darmi moglie, trovatemi una fanciulla che sia bella, punto superba, non vanitosa, obbediente, paziente, senza volontà; ed io vi prometto di sposarla."
Una fanciulla “senza volontà” per Perrault, difficile da credere che fosse l’ideale di Boccaccio.
E’ necessario forse passare per la traduzione di Griselda ad opera di Petrarca dal titolo molto indicativo: De insigni obedientia et fide uxoria. Colpa e meriti del Petrarca! Il merito di aver contribuito a diffondere, grazie alla traduzione latina e in prosa raffinata, la notorietà della novella e del personaggio; la colpa di aver, forse, contribuito ad aumentare l’ambiguità del messaggio dell’amico Boccaccio.


Fonti: Wikipedia
Elisabetta Menetti in Griselda, o l’enigma di Boccaccio


martedì 2 agosto 2016

I bambini li porta il fiume...

Il fiume è portatore di vita poiché dove scorre un fiume può stanziarsi l’uomo, la terra fertile porterà alla nascita dell’agricoltura e alla pratica dell’allevamento; lungo un fiume può così sorgere un villaggio e, con il tempo, un’intera civiltà. Ecco allora che il fiume, nella mitologia, può capitare che trasporti un bambino, simbolo per eccellenza di una nuova vita. Un bambino che, posto in una cesta, è stato affidato al fiume, o gettato via con l’intento di farlo morire, ma che, di solito, avrà fortuna e valore. 
"Mosè salvato dalle acque" Loggia di Raffaello, part.
Fonte wikipedia
I fiumi che portano la vita, portano i bambini, ma non solo: il viaggio lungo il fiume, trasportati all’interno di una cesta o in generale di un contenitore, può ricordare, infatti, il viaggio del defunto adagiato in una barca come ritroviamo in molte tradizioni tra cui quella Egizia o dei popoli dell’Oceania. Seppur vero che questi viaggi funerari sono legati alla fine della vita vero è anche che rappresentano l’arrivo in una nuova vita dopo la morte, quindi una nuova nascita. Nelle fiabe ne è un esempio il protagonista de I tre capelli d’oro del diavolo (Grimm) che, neonato, verrà gettato nel fiume. Incipit: Da una coppia molto povera nasce un bambino, viene al mondo con la camicia della fortuna e subito gli viene predetto che a 14 anni sposerà la figlia del re. Il re, raggiunto dalla notizia, decide di farsi affidare il bambino dalla povera coppia, lo mette in una scatola e lo affida alla corrente del fiume; la scatola che trasporta “la fortuna” arriverà tra le mani di un garzone di un mugnaio dal quale verrà allevato. 
In questa fiaba, il fiume, l’acqua simbolo femminile, il liquido amniotico che di nuovo accoglie il piccolo protagonista, non lo sommerge, ma lo culla e lo trasporta fino ad arrivare nelle mani del garzone del mugnaio, mani come quelle dell’ostetrica che lo hanno accolto e portato nelle braccia della madre. Il garzone lo affiderà alle cure di un mugnaio e della moglie. Così continua a vivere con due nuovi genitori e ciò che il Re aveva disgregato, l’acqua ha riunito. La sorte positiva già si è manifestata: il bambino continua ad essere accolto e nutrito, nessuna avversità impedirà che ciò che è scritto nel fato non possa avverarsi. Essere il futuro antagonista per il dominio di un regno o di un popolo è, spesso, il motivo per cui il neonato viene gettato nelle acque di un fiume. Tutto il corso della sua vita, tutte le vicende porteranno a che questo si verifichi, facendo sì che il loro fato glorioso si compia. Nel mito di Perseo, il re Acriso, rinchiuderà la figlia e il bambino appena messo al mondo in una cassa che abbandona alla deriva nel mare. Solo l’intervento di Zeus farà sì che la cassa approdi sulle coste dell’isola di Serifo. Romolo e Remo, a noi più familiari, saranno anche loro cullati fino ad essere nutriti da una lupa. La scatola, in fondo, può essere associata all’utero materno, dove il nostro protagonista è protetto ma non del tutto irraggiungibile dal pericolo e dalla sorte avversa: un’ondata, il rovesciarsi della scatola e il viaggio può terminare. Nel libro dell'Esodo si narra che un Faraone "che non aveva conosciuto Giuseppe" si spaventò della potenza che avevano acquisito gli ebrei in Egitto, così cominciò a perseguire i discendenti di Giacobbe e uccise i loro primogeniti. Ma una madre salvò il proprio figlio: lo mise in una cesta foderata di bitume e lo affidò alle acque del Nilo. Il bimbo fu trovato da una principessa egizia, sterile, che lo chiamò Mosè ("salvato dalle acque") e lo fece crescere alla corte del Faraone come Principe d'Egitto. Ma un giorno Mosè seppe della sua vera nascita, e si avviò a diventare il profeta di Israele. Un ultimo esempio viene dalle storie degli dei. I Laconi (cioè gli spartani) raccontano che quando il re di Tebe Cadmo scoprì che la figlia Semele aveva partorito un figlio, non credette che il padre fosse divino. Così, per "nascondere la vergogna" di un nipote di padre ignoto, mise la figlia e il bambino in un cofano e lo affidò alle acque. Il cofano galleggiò fino, appunto, alla Laconia, e fu raccolto dagli abitanti della zona. La donna era morta, e fu seppellita in loco, ma il bambino era incredibilmente vivo e fu allevato. Fu il "figlio della acque" destinato alla maggior gloria tra tutti: si trattava infatti di Dioniso, figlio di Zeus, destinato a diventare il dio del vino e dell'ebbrezza. (da: http://deiuominimiti.blogspot.it/2012/09/ninna-nanna-tra-le-acque.html)

domenica 19 giugno 2016

Efesto, dall'Olimpo alle fiabe: Il Fabbro e il Diavolo - Il fuoco che ringiovanisce

 Efesto, gettato giù dall’Olimpo dalla madre Era, inorridita dalla bruttezza del piccolo, cade nel mare dove rimane per 9 anni, la sua prima officina sarà in una caverna negli abissi, dove, utilizzando il fuoco, forgerà metalli. Un giorno, per vendicarsi, inviò alla madre Era un trono d’oro, dove, appena seduta, Era rimase incatenata e così sarebbe rimasta a lungo se non fosse intervenuto Dioniso dio del vino (che fece ubriacare Efesto che cedette e  liberò la madre). Dopo una breve riconciliazione con gli dei dell’Olimpo, fu di nuovo scaraventato giù da Zeus, questa volta atterrò all’isola di Lemno, dove stabilì la sua officina  nella quale fabbricò il carro del Sole, i fulmini, lo scudo di Achille, lo scettro di Zeus e la prima donna, Pandora.

Questa breve introduzione sul mito di Efesto, principe dei fabbri, è necessaria poiché sembra che la fiaba Il Fabbro e il Diavolo, databile a circa 6000 anni fa, età del Bronzo, sia una delle più antiche – se non addirittura la più antica -  e alcune tracce di Efesto si ritrovano in alcune fiabe.

Il Fuoco, Bruegel
Una ricerca accademica – pubblicata sul Royal Society Open Journal e firmata dall’antropologo Jamshid Tehrani dell’università di Durham, nel Regno Unito, e dalla studiosa di folklore Sara Graça da Silva, dell’Università di Lisbona – ha messo a confronto 275 fiabe provenienti da tutto il mondo e ne ha tracciato gli schemi ricorrenti nelle varie lingue e culture. Scrivono gli autori: “Abbiamo mostrato che queste tradizioni orali probabilmente ebbero origine molto prima della scrittura, e abbiamo provato che una fiaba (Il fabbro e il diavolo) può essere rintracciata fino all’Età del Bronzo”, che si situa tra il 3500 e il 1200 a.C. (Fonte)
Alla figura del fabbro si sono poi legate alcune figure, dal diavolo a Gesù, passando per San Pietro, riconosciuto, dalla Chiesa, come protettore dei fabbri.
I Fratelli Grimm nella fiaba Il fuoco che ringiovanisce ci raccontano di quando Gesù e San Pietro, viaggiando sulla terra, s’imbatterono in un fabbro da cui furono ben accolti. Nel frattempo giunse alla stessa casa un mendicante, vecchio e prostrato dai malanni, chiedendo la carità al fabbro.
San Pietro ne ebbe pietà e disse: -Signore e Maestro, se non ti spiace, guariscilo dal suo male, perché‚ possa guadagnarsi il pane da sè-.
Il Signore disse dolcemente: -Fabbro, imprestami la tua fucina, e mettici del carbone: voglio ringiovanire il vecchio infermo-. Il fabbro era pronto, san Pietro tirò il mantice, e quando le fiamme divamparono belle alte, Nostro Signore prese il vecchietto e lo spinse nella fucina in mezzo al fuoco rosso, sicché‚ egli ardeva come un rosaio e lodava Iddio a gran voce.
Poi il Signore si avvicinò alla tinozza, vi mise dentro l'omino arroventato, in modo che l'acqua lo ricoprisse, e quando si fu freddato per bene, gli diede la sua benedizione. Subito l'omino saltò fuori agile, dritto e sano come se avesse vent'anni.
Il fabbro cercò di fare la stessa cosa con la sua anziana suocera, ma il risultato fu, ovviamente opposto, la donna si accartocciava e si anneriva sotto il fuoco incandescente in uno spettacolo spaventoso ed orribile tanto che, la nuora e la moglie del fabbro, entrambe incinte, accorsero alle urla, ma visto quello spettacolo dettero alla luce, non due bambini dall’aspetto umano ma due scimmie, che fuggirono nel bosco dando così inizio alla razza delle scimmie.
La fiaba, ripresa con l’aggiunta di elementi cristiani, sottolinea come il primo fabbro sia Gesù che con il fuoco e l’acqua, entrambi elementi di purificazione (si pensi all’acqua battesimale) forgia e opera un miracolo nei confronti dell’anziana donna. Una fiaba dove nel finale si ipotizza l’origine della scimmia, come involuzione dell’uomo e, sempre in una visione cristiana, come degenerazione del cristiano che disubbidisce a Gesù; il fabbro che cerca di uguagliare le doti di Cristo, verrà punito con un figlio dalle sembianze scimmiesche. L’uomo è precedente all’origine della scimmia e non come teorie evoluzionistiche, mal interpretate, hanno sostenuto che quest’ultimo possa essere un’evoluzione della scimmia.
In una versione cilena de Il Fabbro e il diavolo, troviamo sempre Gesù che, durante le visite pastorali, si reca nell’officina di un fabbro, rimanendone affascinato:
  “ vide la forgia con la fiamma scintillante, le lime, le mazze e le tenaglie messe in ordine; gli piacque ascoltare quel martellare ritmico sull'incudine, gli piacque vedere la mano sapiente dare forma alle punte dei vomeri, alle curve dei ferri da cavallo, alle spirali e alle losanghe destinate a ornare le inferriate.”
Il fabbro, vedendo la povertà di Gesù non volle essere pagato, ma Gesù gli regala una sedia 
sulla quale chi si sedeva era obbligato a restare seduto, se non gli fosse stato detto: Alzati e cammina! 

Un giorno il diavolo si affacciò alla casa del fabbro: era giunto il momento della sua morte. Così il fabbro per prendere tempo lo fece accomodare sulla sedia dove rimase paralizzato e, preso a bastonate dal fabbro, fu ridotto quasi in fin di vita e a quel punto gli ordinò Alzati e Cammina! e il diavolo fuggì via.
La sedia che paralizza il malcapitato, non può non far pensare al trono che Efesto dona ad Era e sul quale rimane bloccata.
Una particolarità che evidenzia quando il “mestiere” di fabbro fosse importante, fin dalle sue origini: alcuni studiosi hanno notato come nelle società primitive l'arte dei metalli era considerata così preziosa, da un punto di vista sociale, tanto che ai fabbri veniva praticata la recisione di un tendine del tallone, in modo che non potessero fuggire ed allontanarsi dal villaggio. Lo stesso Efesto (e il romano Vulcano) viene raffigurato zoppo, zoppia che Omero attribuisce alla caduta dall’Olimpo.
Ma lo zoppo è anche colui che “oscilla” da una dimensione all’altra, da destra a sinistra, cammina in terra ma anche in aria; Efesto, in particolare, come fabbro utilizza fuoco e acqua con cui forgia, fonde e raffredda le sue opere. D’altronde Efesto è un dio che nella sua prima “caduta” cade in mare e nella seconda cade in terra, dove, in entrambi i luoghi, riesce a creare la sua officina.
Ecco che Storia, Mito, Fiaba s’incontrano ancora per dare la propria interpretazione o contestualizzazione di un momento della storia dell’umanità.

domenica 15 maggio 2016

Il vento nelle fiabe

E’ il vento che porterà la piccola Dorothy, protagonista del Mago di Oz, a volar via in alto, lontano da casa o, per meglio dire, oltre. Oltrepassato l’arcobaleno con l’aiuto del vento, Dorothy entra in una dimensione nuova, divisa tra bene e male: Dorothy ha oltrepassato l’arcobaleno simbolo che congiunge terra a cielo, materia e spiritualità, quella spiritualità che è per tradizione legata al vento, lo spirito, ma anche l’anima, il soffio vitale.
E anche Pinocchio ha conosciuto il vento: quando era impiccato alla quercia e il vento lo sbatteva con forza fino a morire; lo sente di nuovo quando entra nel buio ventre del pescecane, un luogo di stordimento dove il nostro burattino sente solo vento, è il respiro asmatico del pescecane che provoca un vento simile alla tramontana.
Enrico Mazzanti
Illustrazione per l'edizione del 1883,
Pinocchio impiccato alla quercia grande
Fonte: wikipedia
Facendo un passo indietro, dopo la morte della Fata Turchina, l’aria porta sollievo a Pinocchio per mezzo del Colombo che, portatore di notizie, lui che conosce bene il vento, gli dice di aver visto Geppetto fabbricarsi una piccola barca con cui partire alla ricerca del figlio.
 “Il Colombo prese l’aíre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell’altezza straordinaria, il burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giú a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.”
Arrivati sulla spiaggia dove era stato avvistato Geppetto, il colombo lascia a terra Pinocchio e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e sparí. Qui c’è già, molto probabilmente, il matrimonio tra vento-aria-spirito e colomba, ossia Spirito Santo.
La mitologia ci dice che Eolo ottenne da Zeus la custodia dei venti, rinchiusi in alcune anfore perché troppo pericolosi se lasciati in libertà, e così Eolo iniziò a custodirli in una grotta.
La sua custodia divenne così preziosa che Zeus, fece dono ad Eolo, dell’immortalità, da allora controlla i venti; li ha donati ad Ulisse per tornare ad Itaca, ma mentre Ulisse dormiva, i suoi compagni aprono le otri di pelle di bue scatenando una tempesta che riporta l’equipaggio ben lontano dall’amata Itaca.
Domare il vento fino ad imprigionarlo o a condizionarne la direzione; imprevedibile quanto il mare ed entrambi dominati dalle correnti. E come l’acqua anche il vento è lo scultore della Natura, leviga la pietra, modella i deserti.
Chi può domare il vento? Chi lo può imprigionare? Nella fiaba di Andersen, Il Paradiso Terrestre, è la madre dei venti che ha questo potere: li rinchiude nel sacco quando combinano disastri, tempeste, devastazioni…una madre che vive in una grotta, come Eolo, e che si presenta tutt’altro che docile:
“Io devo essere dura se voglio che i miei figli siano disciplinati. E ci riesco, anche se hanno la testa dura! Vedi quei quattro sacchi appesi alla parete? Di quelli hanno paura proprio come tu avevi paura della bacchetta dietro lo specchio. Io sono ancora capace di piegare i miei ragazzi, te lo assicuro, e di metterli nel sacco. Qui non facciamo complimenti! Restano lì dentro e non tornano a bighellonare, finché non credo che sia giunto il momento giusto. Ma ecco che ne arriva uno.”
E così, a turno, i 4 venti fanno ritorno a casa, la madre ascolta le loro vicende e in base a quanti danni hanno provocato, li punisce chiudendoli nel sacco.
Ma il vento, lo sappiamo dai tanti detti popolari, è anche portatore di notizie  e la madre dei quattro venti aspetta che i figli le raccontino tutto ciò che hanno visto, aspetta soprattutto il suo preferito: il vento dell’Est che proviene dalla Cina e là ne succedono di cose stravaganti, Paese di grande fascino per Andersen tanto che il vento dell’Est è, nella fiaba, anche il vento del Paradiso Terrestre dove si reca ogni 100 anni. Qui si trova la Principessa del Paradiso che chiede al vento dell’Est notizie dell’Araba Fenice, conosciuta dal vento del Sud; il vento del Sud dona una foglia di palma dove l’Araba Fenice ha inciso con il suo becco tutta la sua storia; in questa fiaba le notizie volano attraverso la rosa dei Venti fino al Paradiso. E il Paradiso mi porta a pensare alla Divina Commedia dove Dante incontra Matelda nel Giardino dell’Eden, Canto XXVIII, che gli spiega il motivo di quel vento, regolare e continuo, “Un'aura dolce, sanza mutamento/avere in sé, mi feria per la fronte/non di più colpo che soave vento” che spira nel Giardino dell’Eden:

Giuseppe Frascheri
Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca, 1846
Fonte: Wikipedia
Matelda spiega che Dio creò l'uomo buono e disposto al bene, donandogli il giardino dell'Eden come caparra dell'eterna beatitudine. L'uomo vi rimase poco per il peccato originale, ma non di meno il monte del Purgatorio salì verso il cielo per porre l'Eden al di sopra di ogni alterazione atmosferica e non arrecare fastidio ai primi progenitori, per cui ogni fenomeno naturale si arresta alla porta del secondo regno. Il vento è prodotto in realtà dal movimento delle sfere celesti che fa ruotare l'atmosfera rarefatta, causando lo stormire delle fronde della selva; le piante, mosse dal vento, impregnano l'aria della loro virtù generativa e questa ricade poi sulla Terra, che genera la vegetazione a seconda della sua qualità e del suo clima. Ciò spiega perché talvolta sulla Terra crescono delle piante in modo apparentemente spontaneo, con l'aggiunta che nell'Eden ci sono anche piante che non esistono nel mondo. (fonte: Divina Commedia Weebly)

Abbiamo trovato nell’Inferno dantesco un vento che stordisce e porta il sonno, il sonno che ristora, un sonno riconducibile al sonno iniziatico, al cui risveglio, una nuova visione renderà più consapevole l’uomo Dante:
“La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l'uom cui sonno piglia”.
Il vento punitivo di Paolo e Francesca, che trasporta i dannati senza posa, diventa, salendo, vento di purificazione e di trasmissione di virtù come Matelda ha spiegato a Dante.

Non posso non concludere ritornando ad Andersen, personalità fortemente legata alla natura, che così fa cominciare la fiaba Il vento racconta di Valdemar Daae e delle sue figlie:

"Quando il Vento corre sull'erba, allora questa si increspa come l'acqua quando corre sul grano, allora questo ondeggia come un lago, questa è la danza del Vento; ascoltalo quando racconta: esso racconta cantando, e risuona diversamente tra gli alberi della foresta che tra aperture, fenditure e crepe del muro. Vedi come lassù il Vento dà la caccia alle nuvole come se fosse un gregge di pecore! Senti come il Vento quaggiù urla attraverso il portone aperto come se fosse il guardiano notturno che suona il corno! Esso urla in modo strano giù nel comignolo e dentro al caminetto; per questo il fuoco divampa e scintilla, illumina quasi interamente la stanza e si sta tanto bene seduti al caldo ad ascoltare. Devi soltanto lasciar raccontare il vento: esso conosce le fiabe e le storie, più di tutti noi insieme". 
Vedi anche il post L'Acqua nelle fiabe 

mercoledì 6 aprile 2016

Il Castello nelle fiabe

Quando pensiamo ad un castello, le immagini che si presentano nella nostra mente sono, di solito, due: il tipico castello medievale, mastodontico e oscuro e il castello esile, di colore bianco, slanciato verso il cielo (che spesso ritroviamo nei film d' animazione della Walt Disney).
illustrazione di Sara Gibb
Il castello risiede spesso in alto, in posizione dominante, di chi tutto vede e sorveglia e, allo stesso tempo, può essere visibile da ciascuno, il castello non si nasconde, ma, pur visibile, immediatamente appare alla vista inaccessibile per le sue dimensioni e la sua prospettiva di dominio; spesso luogo fortificato e quindi da conquistare, reso inaccessibile da un fossato o da un labirinto o dai rovi che per 100 anni sono cresciuti intorno alla Bella Addormentata nel Bosco.
Un mezzo che può isolare o, allo stesso tempo, rendere il castello accessibile è il ponte levatoio:
“…la riva da cui parte (il ponte) è, di fatto, questo mondo, cioè lo stato in cui l’essere che lo deve percorrere si trova in quel momento, mentre la riva a cui giunge dopo aver attraversato gli altri stati della manifestazione è il mondo principale; una delle due rive è la regione della morte, in cui tutto è sottoposto al cambiamento, e l’altra è quella dell’immortalità [… ] la parte del ponte già percorsa deve normalmente essere “perduta di vista” e divenire come se non esistesse più...”. Racchiude quindi in sé, l'idea del viaggio dell'Uomo, con la sua luce e la sua oscurità; la scoperta, la conquista del castello è l'incontro con il nostro inconscio, i sotterranei oscuri sono le nostre parti che non abbiamo ancora riportato alla luce: ecco che all'interno del castello si può ripercorrere la discesa agli Inferi di tanti eroi classici.
Tutte queste qualità fanno del castello uno stimolo alla scoperta perché ritenuto luogo di realtà parallele: ciò che accade nel castello è sconosciuto ai più, per cui tutto vi può accadere. Vi sono le luci e i fasti e i tesori scintillanti, ma nello stesso castello si trovano i sotterranei, la regina che diventa strega consultando uno specchio solo a lei consultabile; rappresenta le caratteristiche simboliche della notte e del giorno.Ermetico come uno scrigno, che nasconde tesori, fanciulle segregate o protette, l'acqua della vita o della giovinezza.
Il castello ha in sé l'idea di eternità e per questo condivide la stessa caratteristica del “C'era una volta...” entrambi permeati dell'idea di luogo ed evento lontano che, la magia delle parole di chi racconta, riporta qui nel presente.
E' il luogo dove il principe valoroso si ricongiunge alla fanciulla, sentiamo in proposito O.M.Aivanhov in "La Forza sessuale o il Drago Alato":
"Il drago non è altro che la forza sessuale. Il castello è il corpo dell'uomo. In tale castello sospira la principessa, cioè l'anima che la forza sessuale mal dominata tiene prigioniera. Il cavaliere è l'ego, lo spirito dell'uomo e le armi di cui si serve per vincere il drago rappresentano i mezzi di cui lo spirito dispone: la volontà, la scienza per dominare la forza sessuale ed utilizzarla. Perciò, una volta dominato, il drago diventa il servitore dell’uomo, gli serve come mezzo per viaggiare nello spazio, perché il drago ha delle ali. Sebbene sia rappresentato con una coda di serpente - simbolo delle forze sotterranee - possiede anche delle ali. È chiaro, semplice: è l'eterno linguaggio dei simboli".
illustrazione di Ruth Sanderson
Gli abitanti del castello spesso sono afflitti dalla tristezza e ben lontano dalle gioie che occhi esterni potrebbero supporre: personaggi solitari e dispotici, la loro mente oscura e contorta come i sotterranei e le stanze che si susseguono lungo scalinate che avvolgono torri che fungono da carceri, è una mente spesso malata e delirante (si pensi a personaggi come Barbablù). A queste figure si contrappone spesso la giovane fanciulla che nel castello o nella torre del castello viene reclusa, un sole oscurato. Ci attraggono questi personaggi che vivono il loro delirio che si identifica con i labirinti del castello stesso; il malato ne uscirà morto oppure trasformato se è vittima di un malefico incantesimo, la morte o il termine dell'incantesimo farà riemergere il Sole dalle tenebre; il castello sembra così il luogo di espiazione di un malessere, congenito o indotto che sia. In questo caso il castello può rimanere abbandonato, un castello fantasma, diverso da quei castelli dove il ritorno alla vita dei personaggi, il loro essere vittoriosi nei confronti del male, è festeggiato intorno ad un banchetto dove i "riemersi" vivono e danno vita al castello che li protegge.